Stefania Auci, ai giovani dobbiamo insegnare a ragionare con la propria testa

Sul palco di Pordenonelegge, tra le voci che animano ogni anno la rassegna friulana, si è distinta quella di Stefania Auci, la scrittrice che con la saga dei Florio ha saputo restituire alla letteratura italiana il respiro di una grande epopea familiare siciliana. Il suo intervento ha spostato l’attenzione dai romanzi al tema dell’educazione, e in particolare al rapporto sempre più fragile tra le nuove generazioni e gli strumenti del pensiero.
Il cuore del ragionamento dell’autrice riguarda una necessità che considera prioritaria: insegnare ai giovani a ragionare con la propria testa. Un’affermazione semplice nella forma, ma che racchiude una preoccupazione più ampia sulla capacità delle ragazze e dei ragazzi di orientarsi in autonomia, di formulare giudizi propri e di non affidarsi passivamente a ciò che ricevono dall’esterno.
Auci ha posto l’accento su una frattura che percepisce nel tessuto educativo del nostro tempo: la mancanza di un dialogo autentico tra la scuola e le famiglie. Due mondi che dovrebbero collaborare nella formazione dei più giovani e che invece appaiono spesso distanti, incapaci di costruire quel terreno comune indispensabile per accompagnare la crescita.
La riflessione della scrittrice si inserisce in un dibattito che attraversa da tempo il mondo della cultura e dell’istruzione. Coltivare il pensiero critico non è un compito che può ricadere su una sola istituzione: richiede una responsabilità condivisa, uno scambio costante tra chi educa nelle aule e chi educa tra le mura domestiche.
Non stupisce che un’autrice come Auci, la cui opera intreccia memoria storica e trasmissione dei valori attraverso le generazioni, guardi con particolare sensibilità a questi temi. La sua partecipazione a Pordenonelegge conferma come i festival letterari restino spazi preziosi non solo per la promozione dei libri, ma anche per riflessioni che toccano il futuro della collettività.
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