Il fenomeno «Gomorra» e l’antica fascinazione del male

C’è una domanda che attraversa i secoli e che riaffiora ogni volta che una narrazione oscura conquista il pubblico: perché il male esercita su di noi una simile attrazione? Il successo di opere come Gomorra ripropone un interrogativo antico, che riguarda tanto la pagina scritta quanto lo schermo cinematografico.
Non si tratta di una curiosità recente. Fin dalle origini del racconto, le figure che incarnano la trasgressione, la violenza e la caduta morale hanno catturato l’attenzione di lettori e spettatori con una forza che i personaggi virtuosi raramente riescono a eguagliare. È come se l’ombra possedesse un magnetismo narrativo che la luce fatica a possedere.
La drammaturgia conosce bene questo paradosso. Le storie che mettono in scena il male non lo fanno per compiacimento, ma perché in esso si annida una tensione, un conflitto, una possibilità di trasformazione che tiene desta l’attenzione. Il personaggio negativo diventa spesso il motore stesso del racconto, ciò che spinge la vicenda verso il suo esito.
Si è a lungo cercato di ricondurre questa fascinazione a spiegazioni sociologiche, come se dietro l’interesse per le narrazioni criminali si celasse un preciso meccanismo sociale, un riflesso delle nostre paure o dei nostri desideri repressi. Eppure nessuna analisi di questo tipo è riuscita davvero a esaurire il fenomeno.
Forse la ragione va cercata altrove, in una zona più profonda e meno decifrabile dell’esperienza umana. Il fascino del male resta un mistero della drammaturgia, qualcosa che appartiene alla natura stessa del narrare e che sfugge a ogni tentativo di catalogazione definitiva.
Ed è proprio in questa irriducibilità che risiede, probabilmente, la sua persistenza. Continuiamo a raccontare storie oscure, e a lasciarcene affascinare, perché in esse riconosciamo un enigma che non smettiamo di interrogare, senza mai trovare una risposta che lo esaurisca del tutto.
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